La perfezione dell’errore

Giovanni Di Stefano, Centro Studi sui problemi dell’ Arte JARTRAKOR, Roma. Conferenza tenuta il 13 febbraio 2019 al convegno Underground Eventualista, MACRO (Museo d’Arte Contemporanea Roma)


<Se l’arte si manifesta come errore, quindi contro l’intenzione cosciente dell’autore, il problema dell’artista non è più quello di produrla o di crearla, ma quello di trovare una tecnica capace di amplificarla, di metterla in evidenza. La difficoltà dell’arte sta anche nel fatto che in genere gli artisti si sforzano di esprimere esperienze interiori straordinarie, si sforzano di vivere emozioni speciali, sperperando nello sforzo tutta la loro esteticità inconsapevole e confondendola in un groviglio caotico di emozioni manierate.Un compito insignificante e ripetitivo potrebbe invece mostrarsi più adatto a misurare le variabili inconsapevoli che intervengono nell’esecuzione.

Sergio Lombardo

Questa frase, di Sergio Lombardo, contenuta in un articolo pubblicato nel primo numero della Rivista di Psicologia dell’ Arte, è stata uno degli stimoli che mi hanno portato a realizzare i miei Esperimenti di Pittura Cieca. Allora ero studente di pittura all’ Accademia
di Belle Arti. Dopo aver studiato le tecniche pittoriche al Liceo artistico, mi ero allontanato dalla pittura figurativa e cercavo di realizzare delle opere spontanee in pittura, prima attraverso un’ arte di tipo informale poi con lavori vicini alla body art. Quando ebbi l’occasione di leggere la frase di Sergio mi trovavo in un momento di crisi, perché qualsiasi esperimento artistico facessi mi appariva artificiale, mi sembrò quindi che quella frase contenesse la soluzione ai miei problemi, quasi fosse rivolta a me. Successivamente seppi che Sergio Lombardo era diventato professore all’ Accademia e mi iscrissi al suo corso, avendo così l’ occasione di frequentare non solo Jartrakor, ma lo studio di Lombardo e casa sua. Fu li che vidi un suo quadro, nero 56, nel quale fogli di carta strappati da un bloc-notes erano stati incollati su una tela <stipati regolarmente come le mattonelle di un pavimento>.

Sergio Lombardo tre esempi della serie Monocromi, (1958-1961) esposti alla galleria 1/9unosunove, Roma .Ultimo a destra Nero 56, 1960

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Sergio Lombardo Nero 561960, collage e smalto su tela, cm 100×120

L’intera superficie era poi stata dipinta di nero. Il maggiore elemento di fascino della serie dei monocromi di Lombardo è – a parer mio – la compresenza sulla tela dell‘ ossessiva ripetizione del modulo e la sua negazione: gli errori. Errori che si manifestano in una non uniforme stesura del colore, nella non perfetta posizione dei cartoncini, o – come nel caso di nero 56 – nella differente forma dei fogli di carta. Fu sempre a casa sua che parlammo insieme di una pittura da realizzare ad occhi bendati.
Nello stesso periodo nel corso di storia dell’ arte, che seguivo all’ Accademia, studiavamo Kasimir Malewitsch. Il quadrato nero era un quadro che mi aveva molto colpito. Una constatazione che faccio oggi a posteriori è che non era tanto il suprematismo ad avermi affascinato, io non percepivo quell’opera come un quadrato nero su fondo bianco, ciò che io vedevo – è che mi attraeva – era soprattutto l’ aspetto della negazione, della rinuncia: una tela coperta per quasi la totalità di nero. Lo assimilavo quindi, in qualche modo, ai monocromi di Sergio.

Pittura Cieca

In seguito al colloquio con Sergio sulla pittura realizzata ad occhi bendati, iniziai a effettuare una serie di esperimenti nei quali un quadrato di carta liscia era incollato al centro di un quadrato più grande di carta ruvida. Il compito era quello di coprire, con un pennarello, la superficie del quadrato più piccolo, tentando di non uscire dal quadrato stesso e avendo un tempo limitato a disposizione. Un’esecuzione perfetta sarebbe stata quasi una copia del quadro di Malewitsch. I risultati furono molto interessanti, non parlo solo delle immagini, ma – soprattutto – dell’esperienza vissuta ad occhi bendati, dello spaesamento spazio-temporale. Notai che alcuni errori si ripetevano, o che – tentando di correggerli – commettevo l’ errore opposto, coprivo, per esempio, eccessivamente quella parte della superficie che negli esperimenti precedenti era troppo poco coperta. Mano a mano che facevo gli esperimenti diventavo più abile. Per questo ridussi in ogni prova successiva il tempo a disposizione, per ovviare al problema dell’apprendimento.

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Giovanni Di Stefano Esperimenti di Pittura cieca, Galleria Jatrakor, Roma Dicembre 1982 – 26 Gennaio 1983

Sembrandomi i lavori ben riusciti li mostrai a Sergio. Il quale mi propose di fare con quei lavori una mostra al centro Jartrakor, suggerendomi contemporaneamente di provare a realizzarne una versione più grande su tela. Sergio mi aiutò anche a montare la carta su tela e, non avendo io uno spazio abbastanza grande, mi mise a disposizione gli spazi del centro sudi per realizzare gli esperimenti. Con quella prima esposizione entrai, nel Dicembre del 1982, a far parte del gruppo. Ci riunivamo molto spesso per discutere, ma anche per fare esperimenti che erano, insieme alle mostre della galleria, una parte delle attività del centro studi aperta al pubblico.

Interazione

A Febbraio del 1983 io proposi di far realizzare ad altre persone, durante una di quelle serate sperimentali, i miei lavori. Mi sembrava interessante vedere i risultati di quelle prove realizzati da altri. Mi interessava però anche di mettere gli esecutori nella situazione mentale in cui mi ero trovato io mentre realizzavo i miei esperimenti. Era l’evento che intendevo moltiplicare e condividere non solo il risultato, non intendevo solo produrre insieme ad altre persone nuovi quadri. In quelle serate di sperimentazione oltre a qualche abituale frequentatore del centro studi, invitai anche amici e conoscenti. In alcuni casi mi sembrava di vedere una corrispondenza tra il risultato dell’ esperimento e la personalità dell’ esecutore. Questo sembrava confermare l’ ipotesi che i risultati degli esperimenti non fossero casuali.

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Giovanni Di Stefano Esperimento“Lezione di pittura”, Febbraio 1983, Centro Studi e Galleria Jatrakor

sullo sfondo opere esposte nell’esposizione Fred Attneave: poligoni stocastici e „nonsense shapes“

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Giovanni Di Stefano Esperimento“Lezione di pittura”, Febbraio 1983, Centro Studi e Galleria Jatrakor

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Giovanni Di Stefano Esperimento“Lezione di pittura”, Febbraio 1983, Centro Studi e Galleria Jatrakor

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Giovanni Di Stefano Esperimento“Lezione di pittura”, Febbraio 1983, Centro Studi e Galleria Jatrakor

(nella foto – in piedi – Carolyn Christov-Bakargiev, sullo sfondo veduta parziale di un’opera esposta nell’esposizione Fred Attneave: poligoni stocastici e „nonsense shapes“ )

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Giovanni Di Stefano Esperimento“Lezione di pittura”, Febbraio 1983, Centro Studi e Galleria Jatrakor

(nella foto – in piedi – Anna Homberg )

Nel 1984, sempre a Jatrakor, presentai nella mia seconda mostra personale una serie di altri lavori di pittura cieca, nei quali gli esecutori avevano una difficoltà in più: la forma da riempire era solo disegnata sul foglio, ed era molto più piccola dell’ intera superficie. Questo moltiplicava le possibilità di perdere l’orientamento. Cesare Pietroiusti mi aveva consigliato di usare, in alcuni lavori, un cerchio, invece che una forma quadrangolare, come figura da riempire. In questi lavori utilizzai della grafite per cercare di riempire la superficie, perché la grafite era più adatta del pennarello ad evidenziare la pressione esercitata durante l’ esecuzione. Sempre con dei bastoncini di grafite tentai, lavorando ad occhi bendati, di coprire la superficie di un cerchio molto grande durante l’inaugurazione della mostra. Il cerchio era disegnato al centro di un foglio di carta quadrato che misurava più di 2 metri di lato e che era posta sul pavimento della galleria.

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Giovanni Di Stefano risultati dell’esperimento“Lezione di pittura”, Febbraio 1983, Centro Studi e Galleria Jatrakor esposti nella mostra personale „Giovanni Di Stefano“ del 1984

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Giovanni Di Stefano Esperimento“Lezione di pittura”, Febbraio 1983, Centro Studi e Galleria Jatrakor

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Giovanni Di Stefano e Cesare Pietroiusti nell‘ atelier di via Bezzecca, Roma, 1984

Foto: Ilona Ruegg , per vedere l’intera serie delle foto fatte da Ilona Ruegg in questa occasione clicca QUI

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Giovanni Di Stefano, Pittura cieca con cerchio, esecuzione Jatrakor. 1984

Errori di memoria

Durante le riunioni del gruppo eventualista a volte qualcuno di noi presentava idee per una nuova serie di lavori. Tutti i membri del gruppo le analizzavano, ne mostravano pregi e difetti in relazione alla teoria. C’era un’atmosfera di collaborazione ma le critiche non erano indulgenti. Soprattutto i primi anni avevo la percezione di appartenere a un gruppo molto coeso, ma isolato, che si batteva coraggiosamente contro il sistema delle potenti gallerie.Nel 1985 presentai – sempre a Jartrakor – altri esperimenti di pittura cieca nell’esposizione dal titolo Prove di memoria. In quel caso le forme da riempire non erano forme geometriche simmetriche, ma forme casuali senza senso. Anche in questo caso Sergio mi aveva dato un suggerimento e consigliato di usare forme asimmetriche in modo da evidenziare gli errori dovuti alla perdita di orientamento. Io scelsi di usare il metodo di Attneave per creare le forme-stimolo, perché producevano forme sufficientemente semplici da riprodurre ma non troppo facili da ricordare. Agli errori di orientamento si aggiungevano così gli errori di memoria, tema che ho poi affrontato anche al di fuori della “pittura cieca” in altri esperimenti.

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Giovanni Di Stefano, Prova di memoria, grafite e tempera su tela, 200 x 200, nuova versione  1998

Tracce del percorso

Ho continuato a lavorare alla serie dei lavori di “pittura cieca” fino alla fine degli anni ’80.
Dovrebbe essere di questo periodo una conversazione tra me e Anna Homberg – che purtroppo non ricordo esattamente – nella quale lei mi suggeriva di realizzare un esperimento che consisteva nel nascondere sotto uno strato di colore un’immagine: l’esecutore avrebbe dovuto lavorare grattando lo strato di colore superficiale per arrivare a trovare l’immagine nascosta. Una sorta di “pittura cieca” ad occhi aperti. Un’opera che né io né Anna realizzammo.

In quel periodo volevo smettere di lavorare con la grafite e parlando con Sergio avevo espresso l’intenzione di usare materiali più “freddi” , l’ aspetto materico del mio lavoro iniziava a stancarmi. Sergio mi consigliò usare un raggio laser per realizzare di nuovo i lavori di pittura cieca. Feci alcuni esperimenti per vedere se e come il raggio laser riusciva a impressionare la carta fotografica. Ma in realtà avevo voglia di allontanarmi maggiormente dai lavori precedenti. Decisi quindi di fare degli esperimenti utilizzando la luce del raggio laser, non per coprire una superficie, bensì per cercare “qualcosa”. Ridussi quindi l’ elemento da cercare a un punto, o meglio un foro, che avevo realizzato sulla carta fotosensibile scegliendone la collocazione con un metodo casuale. La persona che, lavorando in una stanza buia, doveva cercare, avendo pochi minuti a disposizione, il foro sulla carta fotografica, non aveva l’impressione di disegnare ma di cercare nello spazio. Non c’era contatto diretto tra la superficie e chi partecipava all’esperimento. Il risultato dell’ azione dell’ esecutore, il percorso, risultava visibile solo in un secondo momento: quando il foglio di carta veniva messo nel bagno di sviluppo, quindi ad azione compiuta. L’esecutore, era anche in questo caso posto nell’impossibilità di vedere traccia del suo operare mentre eseguiva il compito. I risultati di questi esperimenti vennero esposti prima a Milano nel’ esposizione collettiva “Italia ’90” e poi nel 1991 al Palazzo delle esposizioni di Roma.

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Giovanni Di Stefano Esperimenti di Pittura Cieca con laser, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1991

Nel 2003 ho realizzato un esperimento nel quale cinque esecutori si sottoponevano all’esperimento con il laser per quattro volte consecutive. In questo caso risultava evidente che le diverse strategie di esecuzione generavano risultati diversi da individuo a individuo, ma che lo stesso esecutore produceva immagini nelle quali era riconoscibile uno stile. Ero molto contento del risultato di questi esperimenti, mi piaceva anche il fatto di aver ridotto ad un unico punto l’oggetto da cercare.

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Giovanni Di Stefano, Esperimenti di pittura cieca con laser (5 esecutori), raggio laser su carta fotografica, 2003

Colpire il bersaglio

Negli anni ’90 a volte mi incontravo con Piero Mottola e Roberto Galeotti – che erano entrati poco dopo me nel gruppo – anche fuori da Jartakor. Una volta decidemmo di giocare a freccette. Io dei tre ero sicuramente il meno abile, e dopo un po’ iniziavo ad annoiarmi, la mia attenzione si spostò quindi dal gioco al risultato dei lanci, vidi che ognuno di noi produceva degli errori tipici, in qualche modo riconoscibili. Errori determinati dal modo di lanciare. Nel 1997 ricevetti da Francesca Capriccioli un invito a partecipare a una mostra collettiva alla galleria Sala 1, il titolo era “Gesti unici (o delle poetiche)”.
L’ idea era quella che ognuno dei partecipanti provasse a sintetizzare in un unico gesto, il proprio lavoro artistico. 
A me venne in mente di presentare il lancio di un dardo. Il bersaglio era una tela quadrata di un metro di lato, al centro della quale era dipinto un “punto”, cioè un cerchio di pochi centimetri di diametro. C’era una differenza con i lavori precedenti: nel caso del laser si trattava di cercare un punto, che era momentaneamente invisibile, facendo un percorso che risulterà visibile solo in un secondo momento, mentre nel caso del lavoro con i dardi l’aspetto della deprivazione visiva, tipico della “pittura cieca”, veniva meno.
L’ idea di eseguire delle opere con le freccette mi è tornata in mente alcuni anni dopo, nel 2008, quando preparai alcuni lavori per un’ esposizione a Zurigo. 

Decisi di realizzare un’ opera formata da 16 scatole quadrate di 20 cm di lato. Il compito era quello di tentare di colpire con un dardo il centro di ognuna di queste scatole. Successivamente, dal punto in cui avevo effettivamente colpito la scatola, ho tracciato quattro linee, che congiungevano quel punto con gli angoli della faccia anteriore della scatola. Unendo le scatole tra loro, le linee che attraversano le scatole si uniscono a formare una rete irregolare che attraversa tutta la superficie del quadro.

Il lancio del dardo è un metodo di estrazione a sorte? Non esattamente, infatti non si può dire che il risultato sia casuale: anche se non dipende esclusivamente dalla volontà dell’esecutore, l’abilità di chi tenta di colpire il bersaglio è importante, così come la concentrazione. Un campione di tiro dei dardi realizzerà un quadro completamente diverso dal mio. Il risultato non è quindi estraneo all’ esecutore. L’ opera mi sembrava interessante, anche per gli effetti tridimensionali che creava. In questo caso, come nei lavori di “pittura cieca” mi sembrava interessante però non solo il risultato finale, ma anche l’ azione che aveva portato a quel risultato.

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Giovanni Di Stefano, 16 (+57), 2008, Tecnica mista su legno e 1 dardo, quadro 80x80x6 cm

Collezione  Hilti art foundation , Liechtenstein

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Giovanni Di StefanoPunti Laser, 2003 , raggio laser su carta fotografica,66×91,5cm (9 parti)

Collezione  Hilti art foundation , Liechtenstein

Per questo, quando nel 2015 l’ associazione degli artisti svizzeri ha deciso di finanziare un mio film, ho pensato di documentare la nascita di un opera simile, composta in questo caso da 50 scatole. Diversamente dal quadro precedente la posizione delle scatole di legno non era fissa ma, una volta realizzato il quadro, l’ordine delle scatole poteva essere cambiato, creando così ogni volta un’immagine diversa. Così è nato il film e l’opera dArts.

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Fotogramma dal Film dArts, al centro l’opera di Giovanni Di Stefano, dArts, 50 scatole di legno (ognuna 20×20 cm), 2 dardi, colore acrilico su legno, metallo, calamite, 100 x 200 cm, 2015

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Giovanni Di Stefano, dArt a colori, dardo, colore acrilico su legno, lastra di metallo, gomma calamitata, 2018

Bibliografia

Attneave F.-Arnoult M.D., The Quantitative Study of Shape and Pattern Perception, in Psychological Bullettin 53 (n.6), 1956

Attneave F.-Arnoult M.D., Physical determinants of the judged complexity of Shapes, Journal of Experimental Psychology 53 (n.4),1957

Homberg Anna, Arte aleatoria: osservazioni sulla storia del metodo casuale, in Rivista di Psicologia dell‘Arte, nn. 6/7, Edizioni Jartrakor, Roma 1982
(Anna Homberg in questo articolo cita gli articoli in cui Attneave descrive il suo metodo di generazione di “nonsense shapes“)

Lombardo Sergio (1979), Immagini indotte in stato di trance ipnotica, in „“Rivista di Psicologia dell’Arte““, I, n.1, pp. 45-60

Lombardo Sergio, Metodo e stile. Sui fondamenti di un‘arte aleatoria attiva, in Rivista di Psicologia dell‘ Arte, n. 3, Edizioni Jartrakor, Roma 1980.

Lombardo Sergio (1982), Sulla spontaneità, in „“Rivista di Psicologia dell’Arte““, IV, nn. 6/7,pp. 141-162

Lombardo Sergio, Eventualismo, in http://sergiolombardo.it

Mirolla.Miriam(1994), I Monocromi di Sergio Lombardo, in „“Rivista di Psicologia dell’Arte““, Nuova Serie, XV, nn. 3/4/5, pp. 87-95

Giovanni Di Stefano, 13 febbraio 2019 Underground Eventualista, MACRO (Museo d’Arte Contemporanea Roma).


UNDERGROUND EVENTUALISTA La ricerca estetica in Italia 1972-2019

7 incontri al MACRO a cura di Miriam Mirolla

8 /15 /23 /30 gennaio – 7/ 13/ 20 febbraio 2019